giovedì 7 novembre 2013

S’anima de ziu Silviu Coillu e Su pedi coccone

Ziu Silvio Porcedda Coillu stava per raggiungere la soglia dei sessant’anni e si chiedeva se fosse giusto che, dopo una vita trascorsa a lavorare la terra nel duro sacrificio, un uomo morisse nella miseria in cui era nato. Dalla sua camera da letto buia e umida che veniva illuminata soltanto da un raggio di luce che filtrava dalle mura alte del suo vicino, disteso nel suo letto, si concentrava in questi pensieri, mille ricordi e tante paure.
Ormai aveva capito che si stava avvicinando l’incontro con il Signore e, secondo la fede ricevuta dai suoi familiari, sapeva che ci sarebbe stato dopo la morte il giudizio. E lui era quasi certo di non essere stato un buon cristiano, dunque si rassegnava ad essere ricevuto nelle fiamme dell’inferno. Si sentiva in colpa per essersi tante volte lamentato perché la sua casa non era stata allietata dalla nascita di una creatura; attribuiva questa sorte a una punizione del cielo e a questa si ribellava con parole scortesi. E questi aggrovigliati pensieri, ricordi e paure erano interrotti dalla persistente tosse della sua broncopolmonite, che gli rendeva affannoso il respiro.
La moglie Peppia Siloccu, con tanta premura, ogni tanto si recava nella stanza per assisterlo e vegliarlo. Ormai aveva capito che fra poco sarebbe rimasta sola, ma nonostante questo dolore l’affliggesse, riusciva comunque a trovare parole di incoraggiamento per il marito e gli diceva che si sarebbe rialzato presto. Ma il vecchio sentiva che le forze venivano meno e con voce fiocca dettava il suo testamento. Alla povera Peppia Siloccu raccomandava di aver cura dei tre alberi d’ulivo che possedevano e di lasciare in eredità la casa al nipote che aveva battezzato e che viveva a Forru ( Collinas ). E poi le raccomandava di non scordarsi di lui che in vita l’aveva amata tanto. Al sentirlo dire queste cose, Peppia si commuoveva. Non sapeva resistere al pianto e gli diceva che avrebbe rispettato la sua volontà e aggiungeva anche che gli avrebbe portato il lutto per tutta quanta la vita che le rimaneva da vivere, che se fosse riuscita a mettere da parte qualche soldo gli avrebbe commissionato messe in suffragio. Ziu Silviu parve non sentire, e le raccomandò quasi timidamente di non bere più vino, ma solamente acqua. Zia Peppia Siloccu si sentì un brivido in corpo, ma aggiunse che il vino le dava coraggio e vigore per proseguire la sua vita amara e comunque avrebbe lasciato quest’abitudine; ancora gli promise che avrebbe fatto di tutto per rispettare le usanze dei loro antenati. Ziu Silviu sorrise.
Passò poco tempo e una notte di quel brutto inverno che tanto l’aveva fatto soffrire se ne andò in silenzio.
Vennero in tanti a confortare zia Peppia per la dipartita di ziu Silviu; altre due vedove come lei proseguirono le visite e nel resto di quell’inverno ogni pomeriggio si riunivano accanto al fuoco. Non prendevano quasi mai caffè d’orzo, mentre gradivano un sorsetto di vino. E mentre bevevano, zia Giulia Crisantemu pensava al marito, morto vent’anni prima, ma le sembrava ieri. Anche le altre due si commuovevano fino alle lacrime, mentre il fuoco era quasi spento.
La povera Peppia Siloccu, non avendo ereditato nulla, doveva arrangiarsi a procurare qualche soldo e si rendeva disponibile per conto dei benestanti del paese a vendere zafferano, uova, cereali. E anche le altre due vedove facevano la stessa cosa e la sera amavano incontrarsi per confidarsi le difficoltà della giornata…e per scolarsi anche qualche bicchiere di vino.
Sugli incontri della tre vedove, “is paulesus “ facevano i loro commenti, ma loro non se ne curavano e continuavano a mantenere salda l’amicizia.
Spesso la sera arrivava il nipote Federico e ci prendeva gusto a coglierle in situazioni spassose che poi andava a raccontare nella sua combriccola travolgendola nelle risate.
E il tempo trascorreva e si era giunti alla ricorrenza dei morti e zia Peppia si apprestava a preparare il pasto dei defunti secondo le usanze e i preziosi suggerimenti delle amiche. Imbiancò i muri anneriti della cucina, spolverò gli oggetti che pendevano alle pareti, mise il tavolo al centro della stanza con la bianca tovaglia delle nozze, il piatto dei maccheroni al centro, il boccale di vino colmo, la brocca dell’acqua accanto, al camino un lento fuoco, il lume sul tavolo…poi uscì fuori socchiudendo la porta. Fece alcuni passi e poi tornò dentro. Fu presa dalla commozione nell’osservare le tremule fiamme della lampada che parevano dare vita a tutto ciò che stava là dentro. Fu tentata di aspettare l’anima del marito, ma questo non era possibile, perché le anime si infuriavano se trovavano qualcuno nella stanza. Zia Peppa Siloccu se ne andò a letto e fu presa da un pesante sonno.
L’indomani mattina corse in cucina e, nel vedere la cena consumata, ringraziò il cielo di questa visita del marito.
La sera, Giulia Crisantemo e la sua amica si recarono come al solito a farle visita e tutte e tre si confidarono la gioia di aver accolto i loro mariti nella loro casa. Zia Peppia offrì da bere e la contentezza aumentò.
Nella tarda sera si presentò il nipote Federico il quale si mostrò alquanto interessato della visita delle anime di cui gli parlavano le tre vedove, mentre continuavano a dissetarsi con euforia. Federico sentiva e si divertiva come era il suo solito, poi abbracciò le vedove e se ne andò unendosi alla sua combriccola per raccontare la bravata di essersi mangiato lui il pasto preparato per lo zio Silvio. La notte Nicu e i suoi amici si erano spassati un mondo dicendo delle vedove e del pasto che preparavano.
Con gli anni zia Peppina sentiva sempre più la vecchiaia, ma trovava comunque la forza di preparare il pasto per l’anima del suo povero marito, e Federico trovava il modo di mangiarselo. E continuava a ridere con la sua combriccola.
Si era infine giunti al primo di novembre e la pioggia batteva insistentemente, mentre i rintocchi delle campane a morto avvolgevano il paese mettendo timore. Zia Peppia Siloccu sofferente riuscì a stento a preparare il pasto per l’anima del marito e quando stava per lasciare la cucina fu ancora presa da quell’intima commozione nel vedere quelle fiamme tremule che davano senso di vita. Pianse al pensiero che non avendo figli, nessuno avrebbe preparato per lei il piatto dei maccheroni nella notte delle anime. E se ne andò a letto, mentre la pioggia si accompagnava ai tuoni e ai lampi e il paese era deserto come tomba. Nessuno nelle osterie, le strade deserte. Solo Federico si dirigeva in casa di zia Peppina a consumare l’abbondante pasto. Scavalcò il muro, si avviò verso la cucina. Aprendo, notò un uomo di spalle seduto a tavola a mangiare. Restò immobile, senza respiro e subito l’uomo si voltò ingoiando un boccone. Fece per attorcigliarsi i baffi emettendo un sorriso. Era ziu Silviu Pusceddu Coillu. Federico emise un forte urlo e fuggì disperato. Rimase tanto tempo senza farsi vedere. Molti lo credettero morto. Un bel giorno tornò e a quelli che gli chiedevano il motivo della sua lontananza rispondeva che aveva visto un uomo morto vivo. Faceva ridere.

" La Marmilla attraverso le sue storie e le sue leggende " di Albertina Piras e Antonio Sanna

http://www.sardegnadigitallibrary.it/index.php?xsl=626&id=8935
Su = il
pedi = (dal latino petere) chiedere
coccone = pane tipico
"Su pedi coccone" è una bella tradizione sarda, che vede come protagonisti i bambini nel giorno della commemorzione dei defunti.
Armati di pazienza, scarpe comode e un capiente zaino, i piccoli cercatori vanno a bussare alle porte del paese, case e negozi, per ricevere semplici doni o dolci tradizionali.
I pccoli diventano padroni delle strade, se ne vedono a frotte camminare in su e in giù con lo scopo di portare a casa un proficuo bottino.
La gente del paese non si sottrae di certo a questa antica tradizione, anzi ciascuno prepara sacchetti di caramelle, frutta secca o papassinos, non mancano merendine più moderne o tavolette di cioccolata.
E se alla domanda "Zi, a milu dais su Pedicoccone?" la padrona di casa dovesse rispondere "Ch'est dau" (è finito), la filastrocca recitata in coro non sarebbe certamente molto rispettosa: "Su culu marteddau e postu in sa urredda e fattu a chisinedda" (Il culo martellato / e messo nel fornello / e trasformato in cenere)
La tradizione vuole che la sera precedente si prepari la tavola per accogliere le anime dei morti evitando accuratamente di mettere posate per non umiliare chi non le sapesse usare o coltelli che potrebbero diventare armi pericolose nelle mani del defunto.
Se al mattino la cena dovesse risultare non toccata, significherebbe che il morto, venuto in visita, era sazio, quel cibo, allora, verrà donato in beneficienza.
Io li ho visti quei bimbetti, ce n'erano in giro di tutte le età, dai tre ai dieci anni, e i più grandicelli si occupavano dei piccolissimi. Qualche volta le mamme seguivano da lontano con occhio vigile, altre accompagnavano personalmente il gruppetto, altre ancora, meno ansiose, lasciavano liberi i figli di gironzolare per il paese.
Diciamo che a Dorgali, come probabilmente in tutta la Sardegna, "su pedi coccone" non si è fatto di certo soppiantare dal "dolcetto scherzetto", dal sapore anglosassone, della notte di Halloween.






4 commenti:

  1. Quante tradizioni Anna, ma quella frase che dice: "Su culu marteddau e postu in sa urredda e fattu a chisinedda" mi ha fatto morire.
    A me piacciono molto i dolci sardi specie le Seadas con il miele...
    Un abbraccio cara buona serata

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  2. Ma che bella questa tradizione!

    Bacio

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  3. Bella storia di un tempo che fu...

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  4. che bello le tradizioni. Ti aspetto da me, sempre. ;)

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